FABIO RAVEZZANI

In questa intervista ho avuto l’onore di rivolgere le mie domande a Fabio Ravezzani, direttore generale del gruppo Mediapason. 
Il direttore Ravezzani racconta  i suoi inizi per approdare nel mondo del giornalismo, arrivando a discutere sulle trasmissioni da lui proposte, con considerazioni e consigli riguardo il giornalismo moderno. 

Ecco come il direttore ha risposto alle mie domande:


-  Buongiorno direttore. Come prima domanda le chiedo: quali sono stati i suoi inizi per diventare giornalista? C’è qualcosa in particolare che l’ha affascinata di questo mondo?

Ho cominciato intorno ai 18 anni, a Torino, dove c’era il settimanale “Piemonte Sportivo” che era un po’ un banco di prova per i giovani giornalisti. Successivamente ho avuto l’idea di fare un accordo tra questa testata con una radio torinese, al fine di introdurre un notiziario sportivo legato al calcio giovanile. Con il tempo ho iniziato a frequentare le redazioni Radio, in particolare facendo delle radiocronache per Radio195, ed apparire in televisione con il programma “Quarta Rete” a Torino. Tutto ciò è stato fatto inizialmente come hobby, per pura passione.

Con il passare degli anni un collega, Maurizio Crosetti, mi ha suggerito di mandare il mio curriculum a “Tuttosport”, sebbene non ottenni risposta in tempi brevi. Dopo un anno, piuttosto improvvisamente, mi venne riferito che il direttore di “Tuttosport”, grande tifoso del Torino, seguiva frequentemente le mie telecronache, tanto che venni assunto. Nel 1998 Josè Altafini, ospite ad “Antennatre”, suggerì il mio nome a Telelombardia, che stava cercando un sostituto per condurre le trasmissioni. Dal 2009 sono diventato direttore responsabile, ruolo che rivesto tutt’oggi.

 

-Nel 2009 lei è il primo giornalista delle emittenti lombarde a vincere, con menzione speciale, l’Ambrogino d’oro. Cosa aveva e cos’ha tutt’ora Fabio Ravezzani in più degli altri?

Non ho niente di più e niente di meno degli altri (ride, ndr). Credo di aver trovato una formula più moderna e diversa per fare televisione, lontana dalla classica “Domenica Sportiva”. Ho provato dunque ad inserire delle novità, a partire da un approccio giornalistico più aggressivo, discutendo varie tematiche legate ai grandi club. Altro aspetto importante è stato introdurre tifosi con fede calcistica diversa nello stesso studio, garantendo una parte anche di divertimento e prestigio.


-Durante la sua carriera professionale si è dimostrato un giornalista sempre molto corretto ed equilibrato. Realmente non tifa o simpatizza per nessuna squadra? Oppure non fa trapelare l’emozione.

Ho sempre pensato che un buon giornalista non debba farsi condizionare dalla passione per un determinato argomento. Quando ero ragazzino andavo spesso allo stadio. Sono cresciuto in una situazione un po’ particolare: mamma juventina, papa milanista, zio interista. Ho imparato a districarmi tra diverse fazioni.

Personalmente ho sempre vissuto il calcio come passione in quanto tale, affezionandomi non tanto ad una squadra nel particolare, ma alle persone per bene. Ad esempio, da ragazzo ho avuto un grande amico che era Massimo Bonini, della Juventus, Roberto Callero, ex capitano del Torino oltre a molti allenatori. Generalmente ho fatto quindi il tifo per le persone belle, seppur non fossero molte, che ho trovato nel mondo del calcio.

 

-Quali sono stati i personaggi più importanti che ha avuto modo di conoscere durante la sua carriera professionale? Si ispira a qualcuno di questi?

Televisivamente parlando, mi è sempre piaciuta la figura di Gianfranco Giubilo, che purtroppo non ho mai avuto modo di incontrare. Era uno dei pochi che, a “Il Processo di Biscardi” aveva una libertà di pensiero invidiabile. D’altra parte, come istinto giornalistico, oltre che sotto il punto di vista umano, mi ha colpito molto il mio ex direttore Piero Dardanello, che riusciva dal nulla a trovare informazioni intriganti, da prima pagina. Altro talento giornalistico con cui ho legato molto è Xavier Jacobelli.

 

-Quali sono vantaggi e svantaggi nel dover gestire una televisione locale?

Dipende dal tipo di televisione che si gestisce. Nel caso del nostro gruppo, primo in ascolti in Lombardia, parti da una rendita di posizione importante, sai che la gente guarda innanzitutto te, quindi hai un credito. Ovviamente questo aspetto da solo non basta: i primi anni di “Antennatre”, il canale si ritrovava terzo in ascolti, dopo Telelombardia e 7Gold. Nel giro di un anno siamo riusciti a portarlo ai livelli di Telelombardia, quindi è necessario essere sempre sul pezzo. Se da una parte il vantaggio può essere quello di non avere una fitta concorrenza, dall’altro lo svantaggio è che spesso non siamo percepiti per quello che valiamo da parte dei servizi stampa e dalle redazioni dei grandi club come Milan, Inter e Juventus. Questa non è comunque una necessità primaria.

 

-Da qualche anno, in seguito ad un accordo con la Lega Calcio, lei ha deciso di interrompere l’accordo che prevedeva la presenza dei suoi inviati negli stadi italiani. E’ una scelta che ritiene tutt’oggi corretta? La rifarebbe?

Per certi versi ho subito questa situazione. La Lega, con l’introduzione della legge Melandri, non ha più avuto l’obbligo di far entrare gli inviati. Il rapporto tra Lega Calcio ed emittenti locali è sempre stato improntato male, in quanto questi ultimi portano pochi profitti, in realtà, se avessero utilizzato meglio le televisioni locali per promuovere il prodotto calcio ne avrebbero tratto vantaggio tutti. Aldilà di questo aspetto, i costi erano notevoli, da qui la decisione di rinunciare.

 

-Non teme che a volte, durante le sue trasmissioni, la spontaneità degli ospiti rischia di sfociare in dibattiti troppo accesi?

Devo dire che nelle trasmissioni che propongo ci si può amabilmente prendere in giro. Il dibattito è acceso, ma spesso cade nell’ironia, quindi non ci sono mai stati problemi. Io credo che un confronto sportivo, se non è caratterizzato da opinioni diverse, anche contrapposte, non sia interessante. Alla fine si parla di calcio, quindi spesso bisogna usare un linguaggio che rappresenti le persone che ci guardano, quando si prendono in giro per una sconfitta o una vittoria.

 

-Nel corso degli anni il giornalismo ha subìto, almeno in parte, un processo di involuzione. Con l'avvento del Web 2.0 è venuto meno il fattore dell'esclusività sulla carta stampata. I social network, inoltre, permettono a chiunque di poter pubblicare notizie ottenendo visibilità. Considera positivi i nuovi mezzi informativi? Che rapporto ha con i social?

Ritengo che aver aperto l’informazione anche a personaggi che spesso sono equivoci e poco equilibrati non abbia fatto bene al giornalismo. L’informazione dovrebbe aver dei rappresentanti un po’ elitari, quindi che abbiano una certa cultura e un certo equilibrio. Questo tipo di selezione è stata eliminata dai social, facendo emergere una serie di personaggi impreparati ed esaltati, che molte volte sono in malafede e non rispondono alla deontologia di chi seriamente si propone per fare informazione. Questo ha contribuito ad un imbarbarimento della società, sempre meno solidale, meno attenta al prossimo, con una serie di disvalori che sono emersi e con un linguaggio volgare diventato quasi uno slogan. Personalmente uso molto poco il web. Ho deciso di aprire un profilo Twitter, in quanto mi sembrava giusto non restare troppo arretrato sotto il punto di vista informativo.


-Quali consigli si senti di dare ad un ragazzo che sogna di diventare giornalista? Qual è lo spirito giusto?

Dipende molto dai momenti. Personalmente, quando avevo 20 anni, partecipando ad una conferenza stampa, mi ritrovai in molti ragazzi che non riuscivano ad ottenere risultati od occupazioni in campo giornalistico, tanto che iniziai a pensare a qualcosa di diverso. Come le dicevo in precedenza, ho avuto poi la fortuna di essere chiamato dal direttore di Tuttosport. Ci sono state poi annate particolari, totalmente opposte: nel 2000 feci fatica a trovare giornalisti disponibili per Antennatre, tanto che chiamai Giulio Mola, che dalla Puglia decise di raggiungermi.

Il mio consiglio è quindi quello di cercare di farsi notare, di rimanere aggrappati all’ambiente, sperando di essere visionati. Essere bravi non basta, quindi, oltre che a darsi molto da fare, bisogna avere comunque un piano b.