SIMONE BRAGLIA

-Simone, la tua carriera è stata davvero molto lunga, durata quasi 20 anni. Dalla C1 sei riuscito a raggiungere l’ambita Serie A. Come prima domanda ti chiedo: Hai avuto le idee chiare sin da piccolo sul tuo futuro? Quando hai capito e deciso che saresti diventato un portiere?

Ho capito che sarei diventato un portiere a 12 anni, quando all’oratorio del paese dove abitavo, a Ponte Chiasso, inizia a tuffarmi sull’asfalto. A Maslianico inizialmente giocavo come attaccante, poi un giorno il mio allenatore decise di retrocedere la mia posizione fino alla porta, dando inizio alla mia carriera. Già a 14 anni, la grande passione per il calcio mi ha spinto a fare di tutto per iniziare una carriera professionale come portiere. Le giovanili del Como mi hanno aiutato molto sotto questo punto di vista.

 

-La tua squadra del cuore da bambino? Avevi qualche idolo?

La mia squadra del cuore da bambino è sempre stata il Milan, dato che un giorno mio zio mi portò a vedere un Milan-Mantova, con Cudicini a difendere i pali rossoneri. Rimasi impressionato dall’ambiente che si respirava in quello stadio, così iniziai a diventare tifoso. Nonostante ciò, una volta iniziata la carriera come calciatore al Genoa, la mia simpatia si è spostata maggiormente verso i colori rossoblù. Per quanto riguarda il mio idolo, sotto il punto di vista tecnico ho cercato di ispirarmi al grande Dino Zoff.

 

-Il tuo approdo in Serie A è avvenuto con il Genoa: quanto è stata importante la società rossoblù? Che ricordi hai di questa società?

I quattro anni giocati a Genova sono stati ricchi di soddisfazioni, sia in ottica di risultati, sia per quanto riguarda l’affetto dei tifosi. Ancora oggi quando passo in città mi sento a casa. Una grande soddisfazione credo sia stata l’essere riuscito ad entrare nella mentalità del tifoso genoano. Sono tutt’ora coinvolto in un legame empatico ed emotivo con quei colori.

 

-Il 18 Marzo 1992 vieni etichettato come “Eroe di Anfield”, dopo l’ottima prestazione in terra inglese contro il Liverpool. Quella vittoria vi permise di accedere alle semifinali della Coppa Uefa. Quali sono i ricordi indelebili di quella sera?

I ricordi di quella sera sono indelebili, è viva in me l’emozione di aver compiuto un’ impresa storica, in quanto fummo la prima squadra italiana ad avere la meglio ad Anfield. Ci tengo però a sottolineare che quella non fu l’unica impresa del Genoa di quell’annata. Ci furono altre partite importanti, come ad esempio la vittoria sula Juventus a Torino, dove anche il quell’occasione feci numerosi interventi.

 

-Entriamo nel panorama Milan: Cosa vuol dire entrare a contatto con quel mondo e confrontarsi con quel tipo di giocatori? Raccontaci qualche aneddoto.

Io credo che il Milan rappresenti il massimo livello sotto il punto di vista societario, in particolare con le figure di Adriano Galliani e Silvio Berlusconi. Purtroppo, io arrivai al Milan in età avanzata, a 38 anni, alla fine della mia carriera calcistica. Nonostante ciò, la chiamata dei rossoneri fu una grande soddisfazione personale per concludere al meglio l’esperienza nel mondo del calcio. Il tasso tecnico dei giocatori era elevatissimo, con giocatori dal calibro di Maldini, Costacurta, Davids, Kluivert, Weah, Savicevic, Boban e molti altri. L’arrivo a Milanello è stato un traguardo che ha dato lustro ad un percorso durato 20 anni. Riguardo questo trasferimento, devo ringraziare il mio mentore Piero Persico, ex allenatore a Perugia, che fece considerazioni positive sulla mia figura a Braida, affinchè potesse acquistarmi.

 

-Sapresti dirmi il nome di un allenatore e di un calciatore, con cui hai giocato, che consideri superiori alla media?

Personalmente giudico gli allenatori sotto un punto di vista umano e non tecnico. Partendo da questo presupposto, ci tengo a fare due nomi: Osvaldo Bagnoli, che ho avuto per due anni a Genova, e Ilario Castagner, che mi ha allenato a Perugia. Per quanto riguarda il collega che ricordo con maggior entusiasmo, con cui sono legato anche da un rapporto di amicizia, è Tomas Skuhravy. 


-Trattiamo generalmente il tema portieri: secondo te l’estremo difensore deve avere delle caratteristiche fondamentali, senza le quali non potrebbe occupare quel ruolo? Quali sono i principali elementi per cui un portiere garantisce affidabilità?

Io credo che non esistano caratteristiche predefinite. Nel mio caso, sono riuscito a farmi valere e costruire la mia figura con il passare degli anni. Passione, voglia ed entusiasmo ti permettono di superare le fatiche fisiche, che ti consentono di migliorare sempre di più.  


-Si dice che il portiere, durante la partita, vive momenti di solitudine quando il gioco è dall’altra parte del campo. Hai mai avvertito questa sensazione? Quanto è importante l’aspetto psicologico in questo ruolo.

Sinceramente non ho mai avvertito momenti di solitudine, anzi, ho sempre cercato di essere partecipe alla manovra di gioco, richiamando i miei compagni per prevenire eventuali attacchi avversari. Credo che le sensazioni di solitudine possano verificarsi maggiormente negli allenamenti, dove il portiere è isolato dal resto della squadra e deve mettere in pratica esercizi specifici al suo ruolo. Per questo motivo, dico sempre ai portieri che ho allenato che giocano contro 21 giocatori, non contro 11. 


-Che idea ti sei fatto sul portiere moderno che, tra le altre cose, si propone come regista?

Il portiere è il guardiano della porta e nasce per parare, non per impostare il gioco. Mi trovo in totale disaccordo con le nuove normative tattiche che cercano di snaturare il ruolo: in questo modo il portiere viene ancora di più responsabilizzato. Posso cambiare idea dal momento in cui vengono pubblicate delle statistiche dove si dimostra che, iniziando l’azione dal portiere, ci sono maggiori possibilità di fare goal. Un chiaro esempio di quanto appena detto ce lo riporta la finale di coppa del mondo tra Francia e Croazia: la Francia sta vincendo 4-1, quando Lloris tenta di superare Mandzukic in dribbling, e subisce il gol del 4-2. Se un minuto dopo Perisic avesse segnato il 4-3 forse la Francia non avrebbe vinto la Coppa. A determinati livelli, basta un secondo per cambiare l’esito di una partita, quindi il portiere non deve essere coinvolto in rischi inutili. 

-Hai avuto qualche rimorso nel corso della tua carriera?

L’unico rimorso che posso dire di aver avuto riguarda il mio carattere. Non sono mai stato un personaggio che ha saputo reclamizzarsi all’interno dell’azienda calcio, questo forse non mi ha permesso di raggiungere livelli massimi. Il fatto di sponsorizzare la propria figura al pubblico, attraverso i mezzi stampa, conta molto in un mondo così complesso. Per quanto riguarda le questioni di campo, non porto alcun rimorso. 


-Secondo te chi potrà essere il nuovo Buffon?

In questo momento l’Italia sta vivendo una crisi, per quanto riguarda il ruolo del portiere. Il problema di fondo è dettato dalle nuove normative, che limitano le scuole portieri in età giovanile. Una volta l’Italia era la nazione numero uno degli estremi difensori, oggi purtroppo, salvo Buffon, l’unico erede sembrerebbe essere Donnarumma, mentre gli altri giovani non sembrano ancora maturi. Un altro portiere italiano in grado di confrontarsi in campo internazionale è Sirigu.